9. L'errore 20+20=130

 

9. L'errore 20+20=130

GIOCARE A SCHACCHI CON LA MORTE: CRONACHE DELLA SPERANZA

 

CAPITOLO NONO: L'ERRORE

Quando corri cadi. 

Quando ascolti soffri. 

Quando agisci sbagli. 

Eravamo ben lanciati nella nostra partita. Avevamo recuperato spazi, ordine, posizioni. Non stavamo dando scacco al nemico ma, almeno, eravamo ancora in gioco. 

E, stupidamente, commettemmo un errore. Quale?

Non ascoltammo in profondità le indicazioni della Mano

Lei muoveva per vincere la partita. 

Noi ci muovevamo per sopravvivere. 

Capita nella vita di attraversare momenti così bui e così pesanti che, non appena torni a vedere un po’ di luce e riesci a rialzarti, quello che ti interessa di più è non tornare nell’abisso della desolazione. 

Non ti accorgi nemmeno che hai solo interrotto la decadenza e non hai ancora cominciato a volare. 

Ti accontenti di non prendere più botte. 

Ti siedi dopo aver evitato di sfracellarti. Ci sta. 

Ma nelle battaglie è pericoloso. 

La paura di scomparire ci aveva fatto rimanere sull’obiettivo minimo: esserci. Ma la strategia della Mano era più ampia. Non solo esserci, ma rinascere dall’Alto. 

Noi invece ci muovevamo sperando di tenere le posizioni acquisite e consolidate. 

A scacchi c’è chi gioca guardando  lontano e chi gioca inventando mossa per mossa. Nel secondo caso guardi alla scacchiera e ti chiedi quale pezzo puoi sottrarre al nemico, volta per volta, sperando di durare fino alla fine, quando gli eserciti si sbriciolano e restano i due Re, e pochi altri, a confrontarsi. Nel primo caso, invece, pensi in grande, ti muovi con destrezza e vuoi chiudere la partita vincendo, non resistendo. 

Bene! Noi volevamo resistere. La Mano voleva rilanciare. 

Noi ci accordammo con tutti gli alleati per mantenere le posizioni e sperare nello stallo. La Mano voleva iniettare nella scacchiera la Speranza

La Mano fu brava a muovere in modo tale che dal male, nascesse un bene. Che dal terremoto del 2016, sgorgasse acqua nuova. 

Ci eravamo accordati per appaltare ad altri alcuni spazi e alcune iniziative, in modo da recuperare risorse economiche e truppe. Questo, naturalmente, chiedeva alla Mano di fare un passo indietro, di dirigere le operazioni in una sorta di coordinamento delle manovre, la cui responsabilità era altrove. A noi arrivava  più sicurezza, più tranquillità ma anche meno iniziativa e meno creatività: avremmo perso la nostra più peculiare specificità, quella di essere una entità in grado di risorgere. 

Il Terremoto spazzò via ogni illusione di stabilità. Ai primi momenti di disorientamento seguirono le preghiere e le riflessioni: grazie al terremoto tornammo soli e spaventati, in un certo senso. E la Mano potè operare su ciascuno di noi. 

“No, non vi abbattete. Io voglio molto di più per voi. Io voglio che voi sappiate interpretare in modo nuovo tutta la ricchezza che avete ricevuto in eredità dalla storia. Nulla di quanto avete ricevuto in dono andrà perduto se saprete avere speranza. Vostro è l’Istituto, vostra la Chiesa, vostri anche gli impianti sportivi, vostro anche il Teatro. Tutti, Re e Regina, Alfieri e Cavalli, Torri e Pedoni avete tutto, e nulla deve essere consegnato ad altri, se non secondo le nostre modalità. Confidate nella Provvidenza e vedrete che nulla andrà sprecato”.

Fu così che evitammo di commettere un errore strategico fondamentale: consegnare ad altri l’onere - ma anche l’onore - di vivificare la nostra eredità. Comprendemmo che questa doveva e poteva essere una nostra scelta non una fuga: affidare e confidare negli altri per scelta, non per depressione. 

E’ facile, quando si gioca sul serio, accontentarsi del risultato acquisito a metà partita. Più difficile è tenere lo sguardo sulla strategia di lungo periodo: ma c’è molto, molto più gusto. 

E noi ora stiamo godendo la nostra partita. Grazie Mano

FINE CAPITOLO NONO

 

L'audio-racconto


 

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Speciale/approfondimento seconda parte


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