8. L'inerzia della mentalità 20+20=130

 

8. L'inerzia della mentalità 20+20=130

GIOCARE A SCACCHI CON LA MORTE: CRONACHE DELLA SPERANZA

 

CAPITOLO OTTAVO: L'INERZIA DELLA MENTALITA'

Ciò che accade rimane. 

Non è facile fermarsi a pensare a questa frase, ma in fondo è vero: quando qualcosa avviene non si cancella più. 

Per esempio: se nasci in un posto, questa cosa non può cambiare. 

Potrai cambiare tu, e da una cultura puoi passare ad un’altra, ma questo passaggio non sarà la stessa cosa che essere nato nella cultura in cui ti sei trasferito. 

Appunto, ciò che accade, rimane. 

Può cambiare, ma rimane. 

In una partita a scacchi, come in qualsiasi confronto agonistico, i tuoi movimenti sono collaudati. Li hai provati mille volte: i tuoi occhi sono abituati a guardare la realtà in un certo modo; il tuo corpo è abituato a reagire in un certo modo; la tua mente è abituata a viaggiare in un certo modo. Insomma: hai maturato il tuo stile di battaglia. Se Rommel era la “Volpe del deserto” e Kasparov l’Orso di Baku un motivo ci sarà: ciascuno ha uno stile che matura piano piano, diventa la sua forza e contribuisce a determinare l’esito delle sue battaglie. 

La M! non ha un suo stile: sempre di rimando. 

E’ una specie di parassita dello stile: osserva l’avversario, lo blandisce, si informa su ciò che lo rende fragile e… ZAC! come un serpente, attacca velocemente proprio lì, in quel punto. La M! si fa forte delle debolezze delle sue vittime. 

E’ informe, è fluida, è plastica. 

Si adatta. 

La Vita è creativa. 

Rilancia ogni volta. Incassa i colpi del nemico, si ascolta, si concentra e... inventa. 

La Vita è l’unica che genera sempre cose nuove. 

Ecco, la Vita è l’ETERNA NOVITA’ della storia. 

Ma i pezzi? I pezzi hanno una loro FORMA. L’hanno assunta negli anni, con le battaglie, nei secoli, con le sfide. Quando uno prende una forma ci si affeziona. All’inizio è il tuo modo migliore di esprimerti. Poi diventa la tua forza. Alla fine sarà la tua sconfitta, perché il nemico ti studia e ti perfora nel tuo punto debole. Conosciamo tutti la storia del pelìde Achille e del suo famoso tallone. 

Ecco, i pezzi Bianchi della Mano si portavano dietro le loro inerzie, stilistiche e strategiche. Il cambio di orizzonte della partita a scacchi e l’energia innovativa della Mano li misero un po’ in difficoltà. Erano abituati a coltivare la propria casella, a fare i propri movimenti, ad avanzare in un certo modo e a ritirarsi in certe situazioni. Invece tutto era cambiato: “Vino nuovo in otri nuovi”. 

A tutti loro veniva chiesto di cambiare forma. Da una realtà statica - concentrata su ciò che era sempre stato così - ad una realtà dinamica - impostata sulla capacità continua di leggere i cambiamenti. Da una guerra di trincea ad una guerra di movimento. Dalla difesa del proprio benessere all’offerta della propria vita. 

Quanta fatica in questo percorso. In fondo ciascuno tiene alla propria pelle. Se non altro perché è un bene di famiglia. 

Ma la storia di PED e ONE ci permette di entrare nel profondo della sfida che certe situazioni lanciano alle coscienze. Anche a quelle dei giovani. 

Leggete con calma.

I due pedoni si guardarono e presero fiato, non immaginavano di potersi allontanare così tanto dalla casella dalla quale erano partiti. 

Durante la battaglia avevano visto di tutto, compagni cadere nelle mani del nemico, spostamenti di fronte, cambi repentini di strategia. I loro occhi erano pieni di troppe esperienze tanto che il loro cuore e la loro testa faticavano a metterle a fuoco.

Erano piccoli eroi in un mondo di uomini più grandi di loro: cercavano di usare i loro apparenti limiti come il punto di forza delle loro battaglie. Conoscevano  la storia epica di giovani eroi che avevano avuto tante occasioni per tornare indietro, ma che alla fine avevano sempre qualcosa a cui aggrapparsi nella casa in cui erano cresciuti e potevano continuare ad avanzare. 

Lo zaino che avevano sulle spalle si faceva sempre più pesante, le responsabilità e il rischio di una posizione così avanzata nella scacchiera era difficile da sostenere. In particolare uno dei due non ce la faceva più. 

"Non lo vedi PED che non ha più senso andare avanti? Abbiamo vinto, torniamocene a casa, festeggiamo, godiamo di quanto fatto e lasciamo che si cantino le nostre gesta, "I due inseparabili amici, PED e ONE, cuori impavidi, braccia esperte, pedoni fedeli al servizio del reame." 

ONE non capiva, avevano ricevuto un ordine preciso, continuare ad avanzare, fare un passo oltre l'ignoto, diventare una nuova roccaforte nel buio del territorio che era sempre stato nemico. D'altra parte, però, anche lui sentiva la stanchezza e si era accorto che il passo di PED non era più agile come quello di una volta. 

Il silenzio doveva essere durato un po' più del previsto e così PED riprese la parola, in maniera meno accondiscendente: "Lo vedi tutto questo? Se non fosse stato per noi il reame non sarebbe qui in questo momento. Nessuno ha sacrificato la propria vita come me. Tutto ha un limite, la mia vita è mia e decido quando posso riprenderla. Al diavolo Don Bosco e tutti i suoi amici."

La Mano, la vera guida dei due amici, seguiva questa conversazione appassionatamente, si nascondeva per non farsi vedere, e soffriva, perché sapeva che se i piccoli pedoni non lo avessero voluto, non li avrebbe potuti aiutare in alcun modo. 

ONE avrebbe voluto avere la forza e il coraggio di strigliare per bene il compagno di mille avventure, ma nel suo cuore gli stessi dubbi si erano insinuati. Il rischio di essere così lontani dalla propria casella, di avere così tante responsabilità sulle spalle, di aver cambiato così in fretta cuore e mente è quello di essere instabili - e quindi - facile preda per la morte. Rimase ancora in silenzio. 

Le birre che i due compagni avevano di fronte si erano fatte ormai calde e la conversazione aveva raggiunto uno di quei punti in cui è difficile farla continuare. Come l'impasto del pane che se lavorato troppo si rovina, troppe parole erano già state spese in malo modo e in cuor suo PED sapeva di aver ferito ONE. Fu così che PED fece qualcosa che non faceva da molto tempo - si ricordò di pregare - non aveva più forza e non gli venivano parole, aveva paura che quanto avesse detto avrebbe potuto incrinare un'amicizia che andava avanti dall'inizio. 

"Signore, tu:

che mi hai dato la forza di svegliarmi presto anche a Giugno; 

che quando eravamo in montagna, mi davi sempre un passo in più per raggiungere la cima; che quando tutto andava contro corrente, mi davi un sorriso da regalare ai più piccoli, ai miei amici, ai miei genitori. 

Io non so dove mi porterai, ma so che se ho i miei piedi nei tuoi piedi, tutta la mia sofferenza troverà un senso. Ti ringrazio per ONE, che con questo silenzio riesce a dirmi tutto quello che non vorrei mai sentirmi dire. Ti chiedo umilmente di aiutarmi a capire come preservare la nostra amicizia, la cosa a cui tengo più della mia vita." 

Fu così che la Mano lo fece alzare. ONE si alzò di scatto, aveva paura che se ne andasse per non tornare mai più. PED allargò le braccia e i due amici si abbracciarono. Una piccola lacrima scese sul volto di entrambi, non serviva niente di più, perché sapevano che era necessario farsi forza, erano "troppo amici" per rovinare tutto. Tornarono al proprio posto e continuarono a combattere, uno a fianco all'altro.

FINE CAPITOLO OTTAVO

 

L'audio-racconto


 

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Speciale/approfondimento seconda parte


Se non lo avete ancora fatto, leggete il settimo capitolo della nostra storia.