6. Costruire alleanze 20+20=130

 

6. Costruire alleanze 20+20=130

GIOCARE A SCACCHI CON LA MORTE. CRONACHE DELLA SPERANZA

 

CAPITOLO SESTO.COSTRUIRE ALLEANZE

I giorni passavano e i pezzi cercavano di capire il senso di quella guerra, una guerra che nessuno aveva chiesto, ma che li faceva sentire vivi.

E affaticati. 

Trovare il posto più adeguato per ciascuno sulla scacchiera aveva dato ritmo ad ogni attività della comunità. La Comunione conduce i cuori a lavorare in modo sinfonico. 

La nera Signora fremeva irrequieta come un’ape in un barattolo. Ritirava piano piano tutte le sue pedine, cercava di riorganizzarsi e, per il momento, lasciava uno spazio che poteva essere sfruttato dalle nostre fila. Ma non bisogna mai sottovalutare l’astiosa energia della M!.

Il Re era contento e preoccupato allo stesso tempo. Lui e la Regina vedevano con gioia che le ragnatele del vecchio castello salesiano venivano tolte. Il flusso di persone aumentava timido, ma costante e presto o tardi sarebbe stato difficile muoversi come un solo esercito. La Mano aveva ispirato un allargamento di contendenti, ma c’era bisogno di concretezza, c’era bisogno di un trattato, di rendere effettiva quell’ideale unità di intenti.

La M!, che sembrava essere sparita, in realtà si era infilata nei cuori di alcuni dei pezzi Bianchi, soprattutto dei nuovi arrivati, di quelli che si erano avvicinati per una iniziale buona passione  e che andavano cercando un punto di appoggio più solido. Una domanda ricorreva in diverse circostanze: 

“Cosa c’entro io con l’Oratorio?” 

Cercare il proprio posto in quella partita era un’impresa ardua, ma mantenerlo e diventare protagonisti lo era di più. Dare la Vita! Combattere! Sperare! Farlo uniti! 

No. Certe cose non si capiscono subito: ci vuole tempo. 

Servono parole, silenzi, preghiere, scelte, decisioni. 

Correre insieme ci rende più forti, ma anche più lenti. Pensare agli altri è bello ma ti accolli anche doveri, responsabilità, pesi che potevi evitare. Impegnarsi significa anche rinunciare alla propria libertà.  

Servivano alleanze solide e servivano alla svelta. Cavalli, Alfieri, Torri, Pedoni, un sol corpo un sol spirito. Ma serviva anche molto di più: cercare altri Pedoni, altri Cavalli e altri Alfieri, per non dire altre Torri. Vivere insieme e coinvolgere altri per vivere insieme. E altri ancora. Il problema era che si può vivere insieme solo dopo averlo gustato. 

In questo il ruolo degli Alfieri era fondamentale. Ai giovani, ai nostri Cavalli di razza, naturalmente pieni di vita e naturalmente abituati a vivere in mandria, doveva essere spiegato il perché di un certo stile e l’unico modo di spiegarlo era quello di creare occasioni per viverlo, per respirarlo. L’esperienza è il primo passo per gustare una passione.

Gli Alfieri, gli adulti, con la loro possibilità di agire a lungo campo, andavano impiegati in maniera efficace. Loro più di altri si sentivano dispersi e non erano abituati a ragionare in un'ottica corale: anni e anni di staticità avevano anchilosato il loro spirito guerriero che in certi momenti non ruggiva, piuttosto miagolava. 

Il discorso sulle alleanze si andava chiarendo e la situazione della scacchiera poteva dirsi consolidata. I Cavalli erano liberi di giocare in spazi aperti, a contatto con tutti, amici e nemici. Questo era possibile perché Torri e Alfieri, nelle retrovie, erano sempre pronti a riorganizzarsi per una difesa unita e compatta e per l’ingresso continuo di nuove truppe. Il Re e la Regina potevano coordinare l’esercito e pensare di attaccare il nemico per passare in vantaggio.

Tuttavia l’organizzazione unitaria sul campo era una condizione necessaria, ma non sufficiente.

Se la città intera non si fosse accorta della rivoluzione silente che stava abitando la Casa di viale Don Bosco, gli sforzi dei Bianchi sarebbero stati inutili. 

Il cruccio di tutti era la Comunicazione. 

Il vero obiettivo della guerra era generare altra Vita, sconfiggere la M! per lasciare trionfare la logica inclusiva di Dio. Il grembo della Regina poteva e doveva ospitare molta più gente.

C’erano locali ai piani superiori da ripopolare, convenzioni con il comune da stringere, una Casa da pensare insieme ad altri cittadini. Si potevano coinvolgere le Scuole, le Associazioni, anche le Parrocchie - normalmente più refrattarie. Si potevano condividere eventi e iniziative. Piccoli fatti aprivano le strade dell’incontro: il Liceo Leopardi, la Scuola Mestica, il Basket, il Rugby, il Karate, la Danza. La città si stava piano piano accorgendo di avere un valido aiutante per la cura dei giovani. Un servo e un amico a cui chiedere aiuto e consiglio nel momento del bisogno, il Re senza corona: l’istituto San Giuseppe.

FINE CAPITOLO SESTO

 

L'audio-racconto


 

Lo speciale:approfondimento


 

L'intervista con il sindaco di Macerata Romano Carancini


 

L'intervista con Stefania Monteverde, vice sindaco e assessore alla cultura


Se non lo avete ancora fatto, non perdetevi il quinto capitolo della nostra storia.