5. Il proprio posto nella scacchiera 20+20=130

 

5. Il proprio posto nella scacchiera 20+20=130

GIOCARE A SCACCHI CON LA MORTE. CRONACHE DELLA SPERANZA

 

CAPITOLO QUINTO: IL PROPRIO POSTO NELLA SCACCHIERA

Soffiava il vento in una notte d'estate. 

Una di quelle notti piene di stelle e senza luna: soffiava il vento. 

La maggior parte dei pezzi dormiva sulla scacchiera. 

Nessuno si era reso conto di quanto fosse ampia quella scacchiera. Nessuno aveva mai realizzato che il palazzo del Re, pur nascondendo tante stanze, ampi corridoi, tesori sconosciuti, opportunità insondate, fosse addirittura più piccolo del campo da gioco della nostra battaglia. 

Soffiava il vento e la Mano cercava di ispirare, di alimentare i sogni dei nostri protagonisti. 

C'era tanto, tanto da fare!

Da una parte l'esercito aveva, sì, conquistato terreno e consolidato le fortificazioni intorno alla  posizione centrale. Ma dall’altra parte il rischio che il gigante avesse piedi d'argilla era sempre più concreto.

Una finestra sbatteva all'ultimo piano e lì  una Torre non riusciva a prendere sonno. Cominciava ad essere irritata da quell' incessante, ripetitivo, ritmico scossone. Il motivo dell’insonnia tuttavia non era solamente legato allo SBAM dei piani superiori.

La Mano stava chiedendo decisamente troppo. Non si fermava mai, non conosceva tregua né fatica, al contrario dei pezzi. Dava ordini, indicava situazioni critiche, spostava equilibri, scoperchiava ogni angolo buio nei cuori dei Bianchi.

Gli alleati stavano capendo che era necessario diventare fratelli, ma questo non era certo un passaggio automatico. La fratellanza è un’arte antica e ogni arte ha bisogno di pazienza, di dedizione, di sacrificio e, soprattutto, di amore. 

Come trattare quindi un tema così delicato come quello dell’amore senza cadere nel banale? 

“Siamo tutti fratelli!”:  bella favola! Vivici vent’anni sulla stessa scacchiera e poi ce le vieni a raccontare le gioie del vivere insieme. 

L’arte della relazione non si insegna, si testimonia. E testimoniare vuol dire dare la Vita.

Lo spirito inquieto salì all’ultimo piano dell'edificio. La finestra aveva smesso di sbattere. Si diresse così verso la terrazza. Le colline dormivano. Si affacciò dalla balaustra. La brezza scherniva la preoccupazione della non più giovane Torre. Che si sentì stanca.

Era la Mano a muovere il vento pungente della sera, e nel vento cercava di rimescolare l’unica idea che poteva dare consistenza ai passi fatti in avanti. Ogni buon conquistatore sa infatti che non è sostenibile avanzare all’infinito. Bisogna sostare, capire e abitare le nuove conquiste. 

Lo sapeva anche la Torre che con pazienza era diventata sempre più alta, dopo essersi assicurata che ogni mattone fosse bene al suo posto ed in armonia con gli altri. 

Il mucchio di mattoni pregava e cercava di decifrare le parole del vento, continuava a srotolare il suo ragionamento. “Se la relazione si testimonia abbiamo bisogno del più grande testimone mai esistito. Ma come si sceglie un testimone piuttosto che un altro?”

Improvvisamente l’illuminazione. 

Girando tra le associazioni e durante la Messa si era accorta che la passione c’era, la cura anche, alcuni gesti però non venivano capiti fino in fondo, alcuni ragionamenti non avevano un comune sostrato linguistico, necessario ad una comunicazione efficace. In guerra è difficile coordinarsi tra alleati senza una lingua comune. Le guerre sono molto spesso vinte dalla gestione delle informazioni; i messaggeri sono una componente fondamentale di qualsiasi incontro e di qualsiasi scontro.

La Mano era riuscita a sussurrare l’idea principe nel cuore della Torre: portare l'Eucaristia al centro, Gesù come testimone, maestro di relazioni. Un nuovo spazio dove concepire l’umano doveva trovare posto nel cuore dei giovani, guerrieri in prima linea. 

E Il Re accolse le riflessioni della Torre. La sua dimora sarebbe diventata un luogo il cui centro era l’Eucaristia. Anche le finestre collaboravano a realizzare i disegni della Mano. 

Il luogo centrale della battaglia ha bisogno di una sua profondità: scendemmo negli abissi della Vita, laddove l’Eucaristia è l’unico, insostituibile maestro. 

Non fu certo un’impresa indolore.Tutti gli incontri delle nostre truppe, da quel momento, ebbero l’occasione di celebrare, sempre e comunque, l’Eucaristia con un Salesiano: ogni campo, ogni uscita, ogni riunione; tutti: grandi e piccini; Eucaristia per tutti e tutti per l’Eucaristia. Pane dal cielo che diventava pane per il cielo.

La M! rabbrividiva. 

I Bianchi, invece, grazie ai semplici riti eucaristici potevano imparare a rileggere tutta la loro Vita, singola e comunitaria, e acquisire il proprio posto nella scacchiera. Il pan di via, spezzato e mangiato per strada, diede ai nostri eroi la forza necessaria per continuare a combattere.

FINE CAPITOLO QUINTO
 
 
L'audio-racconto
 

 
Prima testimonianza


 
Seconda testimonianza
 

 

 
Terza testimonianza
 

 
Quarta testimonianza


 
Quinta testimonianza
 

 
Sesta testimonianza
 

 
Intervista
 

 
Se non lo avete ancora fatto, leggete il quarto capitolo della nostra storia